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L'angolo del libro a cura di Rosaspina
Ormai questa sembra essere diventata l'unica rubrica aggiornata del mio blog... Ma leggere è uno dei piaceri più grandi della vita, quindi la cosa, tutto sommato, non mi dispiace. Questa volta vi propongo tre romanzi che più diversi tra di loro non si può: un capolavoro, un'opera prima e una pietra miliare del Novecento.
Un Amore di Swann di Marcel Proust [Garzanti, 1999, 211 pp.]
Questo volume, che ho iniziato a leggere convinto si trattasse dell'incipit della Recherche [scoprendo in seguito che in realtà costituisce la seconda o terza parte del primo volume, Dalla parte di Swann, e irritandomi col mio libraio per questo], mi ha profondamente colpito per la capacità che Proust ha, dote di ogni grande scrittore, di dissezionare le piccole manie degli esseri umani e di analizzarne i sentimenti. Questa notte ho ordinato un mega-cofanetto di otto volumi contenenti tutto Alla ricerca del tempo perduto, quindi credo che tornerò spesso a parlare di questa opera nei prossimi mesi. Sì, direi che il 2005 in futuro sarà ricordato come "l'anno in cui lessi la Recherche" ^^;; Siccome il volume della Garzanti che ho letto non ha un retro di copertina da riportarvi, vi trascrivo alcune citazioni che ho particolarmente apprezzato. "Di tutte le forme di genesi dell'amore, di tutti gli agenti di contagio del sacro male, uno dei più efficaci è senz'altro quel soffio di agitazione che a volte passa su noi. Allora l'essere di cui gradiamo la compagnia in quel momento, ecco conosce la sua sorte, sarà l'oggetto di tutto il nostro amore. Non c'è neppure bisogno che ci sia piaciuto fino ad allora più o anche come gli altri. Occorreva solo che il nostro gusto per lui diventasse esclusivo. E questa condizione si realizza quando - al momento in cui ci manca - alla ricerca dei piaceri che la sua grazia ci donava si sostituisce bruscamente in noi un'ansiosa necessità che ha per tema quell'essere in sé e per sé, un'assurda necessità, che le leggi di questo mondo rendono impossibile soddisfare e difficile guarire - l'insensata e dolorosa necessità del possesso." [pp. 49-50] "Gli esseri ci risultano di solito talmente indifferenti che, quando riponiamo in qualcuno di loro simili possibilità di sofferenza e di gioia, esso ci appare come appartenente a un altro universo, si circonda di poesia, fa della nostra vita una commovente distesa in cui ci sarà più o meno vicino." [pp. 54-55] "Come chiunque possieda una cosa, per sapere quel che sarebbe accaduto se avesse cessato un attimo di possederla, Swann aveva rimosso quella cosa dalla propria mente, lasciando tutto il resto nello stesso stato di quando quella cosa era presente. Ora, l'assenza di una cosa non è soltanto questo, non è una semplice mancanza parziale, è uno sconvolgimento di tutto il resto, è uno stato nuovo che non si può prevedere in quello che lo precede." [p.130] "Da quella serata in poi, Swann capì che il sentimento nutrito un tempo per lui da Odette non sarebbe mai rinato, che le sue speranze di felicità non avrebbero mai più potuto realizzarsi. E i giorni in cui per caso lei era stata ancora gentile e tenera nei suoi riguardi, se aveva avuto qualche attenzione, Swann notava quei segni superficiali e menzogneri d'un lieve ritorno verso di lui, con la premura intenerita e scettica, la disperata gioia di coloro che, assistendo un amico ormai arrivato ai giorni estremi di una incurabile malattia, riferiscon come fatti preziosi: "Ieri, ha fatto i conti di propria mano, ed è stato lui ad accorgersi di un errore che avevamo compiuto nell'addizione; ha mangiato di gusto un uovo, se lo digerisce bene, domani si potrà provare con una cotoletta", sebbene sappiano questi particolari privi di qualsiasi significato alla vigilia d'una morte inevitabile." [pp. 180-181]
Grimus di Salman Rushdie [Mondadori, 2004, 338 pp.]
Dal risvolto di copertina: ""Prima dei Figli della mezzanotte" ha scritto lo stesso Rushdie nell'introduzione a un suo volume di saggi, "mi era stato rifiutato un romanzo, ne avevo abbandonati altri due e pubblicato uno, intitolato Grimus, che fu (a voler essere generosi) un vero fiasco." E' successo a molti importanti scrittori. Anche Garcìa Màrquez dovette aspettare il successo di Cent'anni di solitudine per vedere riconosciuti i suoi libri precedenti, del cui valore oggi nessuno dubita. Non è dunque per rispetto nei confronti di uno dei grandi scrittori contemporanei che vede oggi la luce anche in Italia il primo romanzo di Salman Rushdie, ma per dare a tutti la possibilità di scoprire un libro ingiustamente dimenticato. Giocando abilmente con miti e leggende di culture diverse, come in molti dei suoi capolavori successivi, e rielaborando elementi di un genere definito come la science-fiction, Rushdie ci consegna un romanzo di sorprendente originalità, un "fantasy futuristico" che si distingue nel complesso della sua opera. Protagonista è un giovane indiano della fittizia tribù degli Axona a cui è stato concesso il dono dell'immortalità. Per settecento anni ha navigato i sette mari, ma ora sente il peso di dover vivere per sempre, e si decide a recarsi nella montagnosa Calf Island, dove potrà riconquistare la sua mortalità. Ma prima dovrà sfidare il misterioso Grimus. Chi o cosa si nasconde dietro questo nome: un umano, un animale, uno spirito, un'idea? Certo è che da lui dipende il destino di tutti. "Ambizioso, ma scritto con mano straordinariamente sicura" come scrisse il "Times Literary Supplement", Grimus è l'opera di un narratore raffinato che ci parla di ibridazione, sradicamento, esilio. Un romanzo che si compone come un fantastico puzzle i cui multiformi tasselli trovano a poco a poco la propria collocazione nella mente del lettore, lasciandolo a ogni pagina con una sensazione di stupefatta meraviglia". Non sprecherò molte parole sull'opera prima di Salman Rushdie, uno scrittore che adoro, e che potrei addirittura azzardarmi a definire il "mio preferito". Grimus non mi ha convinto molto... Certo, è un romanzo pieno di inventiva, e in esso traspare già la voglia di mirare in alto dello scrittore, che attraverso una storia semplice, che rimanda in alcuni punti alla Divina Commedia [la guida del protagonista si chiama Virgil], cerca di effettuare una riflessione di ampio respiro sui massimi sistemi. Tuttavia, lo stile è ancora molto acerbo, e lo sfoggio di cultura multietnica che Rushdie offre risulta a volte didascalico e fine a se stesso [oltre che deleterio per la storia]. Da leggere per gli appassionati dello scrittore, ma, tutto sommato, trascurabile: se vi interessa avvicinarvi a Salmanuccio, magari partite dalla raccolta di racconti Est, Ovest, che può darvi un'idea migliore della vera potenza del resto della sua opera, per poi passare subito al suo capolavoro assoluto, I versi satanici.
Il tamburo di latta di Günter Grass [Feltrinelli, 1999, 591 pp.]
Dal retro di copertina: "Finito in manicomio dopo memorabili eventi, il nano, paranoico e mistico, Oskar Matzerath, decide di rievocare, complice il tamburo di latta che si porta appeso al collo, la vita che ha vissuto, una vita profondamente intrecciata alla storia della Germania della prima metà del secolo. Fino a vent'otto anni Oskar ha deliberatamente scelto di non crescere: non ha mai superato l'altezza di un bambino di tre anni e lo ha fatto in odio al padre, anzi ai suoi due padri, e al turpe e normale mondo che lo circonda. La ripugnanza nei confronti dell'universo demoniaco, folle, miserabile e feroce in cui si è trovato a vivere nutre la sua deformità, dà forma alla sua rabbia, modula la sua voce. Oskar sta di fronte alla realtà con gli occhi aperti, sbarrati, la guarda in faccia, senza filtri, senza condizionamenti, Come gridata da un paesaggio cupamente leggendario la sua storia resta definitivamente incisa nella memoria dei lettori: la nascita della madre sotto le quattro gonne della mitica nonna contadina, la sua venuta al mondo, ricca di presagi, la decisione di interrompere la crescita in modo da farne ricadere la colpa sull'odiato padre, l'opposizione e l'adesione al regime nazista, fino al crollo della Germania e al lento, tragico sviluppo del dopoguerra, parallelo alla decisione di riprendere la crescita, libero ormai dal complesso paterno e dalla vicinanza dei mostri. Barocco, picaresco, drammatico e prepotentemente grottesco, Il Tamburo di latta è considerato uno dei romanzi epocali del Novecento tedesco, una delle prove più alte della narrativa europea." Per una volta mi trovo totalmente d'accordo con l'enfasi retorica di un retro di copertina. Questo romanzo mi ha semplicemente stregato. Non so se esista il "realismo magico" tedesco, ma se così fosse, quest'opera ne sarebbe il perfetto rappresentante. Da leggere assolutamente, imperdibile per chiunque ami la buona letteratura. Una piccola citazione dal libro: "Non tutte le vetrine erano illuminate, e io preferivo osservare quelle in cui la merce era esposta nella semioscurità, lontano dai lampioni, poiché la luce attrae chiunque, la penombra invece solo gli eletti." [p. 121]
Cari amici e lettori,
quest'anno è stato il peggiore della mia vita e sta, per fortuna, volgendo al termine. Non che questo significhi qualcosa... Se la merda dovrà continuare a cadere, continuerà a farlo indipendentemente da un nuovo calendario sul muro. E tuttavia c'è dentro di me quella speranza atavica, un po' superstiziosa e quasi totalmente priva di documentazioni storiche, secondo cui allo scoccare della mezzanotte di ogni 31 dicembre si inizia una nuova vita baciata dalla fortuna e migliore di quella condotta fino a qualche istante prima.
Tutto è iniziato il primo febbraio di quest'anno. Ero sul treno, stavo tornando da Milano, e controllando il cellulare mi sono reso conto di aver perso otto chiamate. Tutte da mia madre, mio cugino, mia zia. Mentre cercavo di capire cosa potesse essere successo, il cellulare ha iniziato a suonare. Mia madre mi ha detto: "Diego, tuo padre ha avuto un'emorragia cerebrale, vengo a prenderti in stazione". Per il resto del viaggio in treno, circa un'ora e mezza, mi sono convinto del fatto che mio padre fosse già morto, e che mia madre non volesse darmi la notizia al telefono. Aveva già fatto così con mia nonna, qualche anno prima. Niente di più lontano dalla realtà.
"Emorragia cerebrale". Non sapete quante volte ho sentito ripetere questa espressione e quante altre ho dovuto ripeterla io stesso. Nella notte tra l'uno e il due febbraio, i chirurghi hanno rimosso dall'emisfero sinistro del cervello di mio padre un ematoma grosso "come un arancio", per usare le parole del medico. Il risultato immediato sono stati due mesi di coma, accompagnati da una parte dall'angoscia per quello che stava succedendo, dall'altra dalla rabbia nei confronti di mio padre, vittima di una tragedia più che annunciata ed evitabile, oltre che debitore, bella sorpresa per me, di diverse migliaia di euro a una finanziaria. Che naturalmente ha subito cercato di rivalersi su di me, per ora senza riuscirci. Ho attraversato un periodo orrendo, in una schizofrenia di sentimenti allucinante. Ripensandoci ora, non so davvero come ho fatto ad arrivare fino qui. C'erano dei momenti in cui vedevo il mio futuro talmente nero e privo di speranza, che nemmeno il suicidio mi sembrava un'alternativa possibile.
Oggi, a distanza di ben undici mesi, mio padre è ancora vivo. Se vita può chiamarsi. Ha la parte destra del corpo completamente paralizzata, è incontinente, non può parlare, il suo cervello è "una ragnatela di ischemie" [altra metafora medica], ha un aneurisma all'aorta di tre centimetri e si rende perfettamente conto della sua situazione. Ma è vivo. Perché, sappiatelo, per la medicina moderna l'importante è che una persona sia viva. Quando mio padre è arrivato in sala operatoria, lo scorso primo febbraio, aveva la pressione sotto i 50, era stato più di quattro ore senza ossigeno al cervello [così dicono i paramedici, visto che quando lo hanno trovato in casa sua, il sangue era già parzialmente coagulato e dei lividi avevano già iniziato a formarsi sulle sue ginocchia]. Non volevano operarlo, era una situazione tragica, senza alcuna speranza di sopravvivenza. Poi un rianimatore pieno di zelo l'ha defibrillato talmente tanto da riuscire ad alzargli la pressione a 60, soglia minima per consentire ai chirurghi di salvargli la vita.
Oggi mio padre per la letteratura medica è un successo. Nonostante tutta la situazione clinica. Nonostante la sua terribile depressione, la condizione terribile di sentirsi intrappolati dentro al proprio corpo, senza riuscire a comunicare quello che si sta sentendo o che si vuole, tranne i pochi bisogni primari che si riescono ad esprimere attraverso i gesti di una mano. Nonostante i riflessi emotivi ed economici che tutta questa situazione ha avuto sui familiari. Nonostante il tempo perso e la fatica fisica che io e i miei zii abbiamo dovuto sopportare e continuiamo a sopportare, prima facendoci quasi ogni giorno quattro ore di treno per andarlo a trovare ad Alessandria [vi dico solo che quando ho iniziato questa routine i campi che vedevo dal finestrino erano appena stati seminati; quando ho finito il grano era stato mietuto], e, da settembre, trascinandoci per ogni singolo pasto della giornata nella clinica sopra Savona dove è ricoverato. Nonostante tutto questo, mio padre è un successo.
Le riflessioni che potrei fare, e che dentro di me ho fatto, sono innumerevoli, ma non le riporterò qui. Vi dico solo che ora le cose vanno un pochino meglio. D'altra parte è vero che ci si abitua a tutto.
Una cosa positiva, però, è successa. Ho finalmente intrapreso una strada tutta mia, per il mio futuro. Ho deciso di fare l'insegnante di inglese alle superiori. A ottobre ho sostenuto l'esame per entrare nella scuola di specializzazione, e mi è andata bene, sono arrivato primo. Ora sto frequentando i corsi, e tra un tirocinio e l'altro, mi sembra di intravedere una luce alla fine di questo tunnel. Stranamente l'espressione "Prof. Lovati" non mi sembra nemmeno più tanto ridicola. E' davvero il mestiere perfetto per me: mi permette di fare una cosa che adoro e mi lascia tempo libero abbastanza da non farmi abbandonare le mie passioni.
Questo, in pratica, è ciò che è successo nella mia vita ultimamente. Capirete perché ho postato poco e niente, e disegnato ancora meno. I miei blog sono tutti in fase di stallo. Non è detto che le cose non cambino, ma, anche se è brutto da dire, in questo momento ho cose più importanti da fare. Non avrei mai pensato di scrivere una frase del genere, ma tant'è.
In ogni caso questo blog, come gli altri miei, non chiuderà mai: questo lo dico per chiarezza. Troppe belle cose e begli incontri sono legati a "kocchan". Continuerò a scrivere, anche se più sporadicamente. E a disegnare, statene certi. Uno deve pur salvarsi la vita in qualche modo.
Vi voglio bene, Kocchan
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Lascia
che ti presenti il cast di questo blog, in rigoroso ordine di apparizione:

Nome:
Kocchan.
Forma di vita: Gatto Poltrone.
Rappresenta: L'autore del blog.
Segni particolari: Ttrascorre la maggior parte del suo tempo
al calduccio sotto il kotatsu. Da solo, ma sempre in compagnia delle sue
personalità, ovvero...

Nome:
Bimbo Diddi.
Forma di vita: Bambino.
Rappresenta: L'insicurezza.
Segni particolari: Butta giù Kocchan preparandogli dei
deliziosi tacos di panico.

Nome:
La Sciura Maria.
Forma di vita: Drag Queen.
Rappresenta: L'esibizionismo.
Segni particolari: Non vive senza televisione e adora indossare
i panni delle sue icone. Tra le personalità di Kocchan è
l'unica ad avere un blog
personale.

Nome:
Katerpillar.
Forma di vita: Scimmia.
Rappresenta: La bontà.
Segni particolari: Ama gli esseri pucirillosi e titillare il
suo "frustino rosa".

Nome:
Psicolino.
Forma di vita: Coniglio.
Rappresenta: L'autostima.
Segni particolari: Racchiude dentro di sé i superpoteri
di Psico,
il coniglio psichedelico.

Nome:
Puppo Buchovny.
Forma di vita: Polipo.
Rappresenta: L'istinto sessuale.
Segni particolari: E' dotato di cinque tentacoli pieni di potenzialità
ancora inespresse.

Nome:
Rosaspina.
Forma di vita: Bimba Vecchia.
Rappresenta: La paura dell'abbandono.
Segni particolari: Ama leggere. Si prende cura delle personalità
più indifese.

Nome:
Buccia.
Forma di vita: Topo.
Rappresenta: La menzogna.
Segni particolari: Possiede uno specchio mutaforma che fa vedere
agli specchiati ciò che vogliono.

Nome:
Ciccopappo.
Forma di vita: Cane.
Rappresenta: L'infanzia felice.
Segni particolari: Nessuno. Tranne forse che sa essere pucirilloso
fino all'inverosimile.

Nome:
Callo Scagazzo.
Forma di vita: Uomo.
Rappresenta: L'eroismo.
Segni particolari: Si schiera sempre dalla parte dei più
deboli. Ha una ricca collezione di sfiziosi slippini.

Nome:
Kani Gan Gan.
Forma di vita: Granchio.
Rappresenta: La rabbia repressa
Segni particolari: Si trasforma in un pennino e compone feroci
pasquinate.
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